Come conservare un vitigno prezioso nel tempo? Come coltivare quando la pendenza del terreno supera il 30%? Quali sono le abilità e le strategie necessarie? Ecco i segreti

Il vitigno storico in Valsamoggia (Bo)

In francese si dice Chasselas, in Emilia è lo Saslà, un vitigno bianco importato dalla Francia, diffuso nei colli bolognesi dagli inizi dell’800. In Valsamoggia, nel Parco dell’Abbazia di Monteveglio, l’azienda agricola Ca’ Vecia della famiglia Caselli lo coltiva da oltre quattro generazioni. Ha circa 150 anni l’antico vigneto di 1,2 ettari, scampato alla fillossera che in Europa alla fine dell’800 distrusse gran parte del patrimonio viticolo del continente.
L’esperienza del bisnonno, che aveva comprato l’impianto già esistente, unita agli studi in agraria dei nipoti hanno permesso all’azienda di crescere anche da un punto di vista tecnologico. Sono stati così rinnovati i processi di vinificazione, senza perdere la forza della sua tradizione.

150 anni e non dimostrarli, la nuova giovinezza dello Saslà

“Oltre allo Saslà, abbiamo vitigni di Moscato, Albana, Vernaccia, Aglionza, Uva regina e Negrettino. Microclima ed ecosistema lo hanno preservato dalle più importanti patologie- spiega Alan Caselli che da più di vent’anni conduce l’azienda-. L’allevamento ad alberello basso, con sesto d’impianto 80x80, viene gestito totalmente a mano: dalle potature alla spollonatura primaverile per lasciare i giusti tralci, ai trattamenti, al taglio dell’erba tra i filari, alla raccolta con le paniere. Un impegno, quello della manodopera che deve essere anche specializzata, che incide notevolmente sul bilancio dell’azienda”.

Un impianto equilibrato

I resti della potatura vengono portati fuori a mano per non lasciare nel vigneto materiale legnoso con spore e patogeni.  Al terreno non vengono dati apporti di sostanza organica e chimica da tre generazioni: “L’impianto è talmente equilibrato che non ne ha bisogno e non sono mai stati fatti diserbi”. 
Complessivamente la potatura a legno vivo si è rivelata estremamente resistente agli attacchi della flavescenza così come di peronospora e oidio. Questo metodo, racconta Caselli, si ritrova oggi nei più recenti studi sulle potature, tra cui quelli degli agronomi Simonit e Sirch, che li stanno diffondendo come difesa dalle patologie più aggressive.  

Che futuro vede per un vigneto così antico?

 “Ci vorrebbero studi approfonditi, una mappatura genetica sulle varietà del vigneto, mi piacerebbe uno studio su queste piante così ben equilibrate e non sfruttate; per noi oggi qui c’è soprattutto un motivo affettivo, un ricordo dei nonni. Ma dal punto di vista economico è difficilmente sostenibile”.    

Che metodi usate per la vinificazione? 

“Per la cantina abbiamo impianti d’avanguardia, spiega Caselli, e lavoriamo a con la ‘pressa soffice’; da una decina d’anni abbiamo abbandonato la lavorazione ad ‘alzata di cappello’ con la separazione delle bucce dal mosto in maniera naturale senza lieviti aggiunti. Era un metodo che richiedeva una lavorazione manuale molto impegnativa. Un peccato perché sicuramente il vino che si otteneva era più strutturato, dal colore intenso e gusto più tanninico, ma anche più difficile da proporre sul mercato”.            

Eroico a dir poco, il vigneto sui colli piacentini oltre a garantire varietà autoctone è un presidio per il territorio a rischio idrogeologico e un’attrattiva culturale

L'azienda agricola Enrico Loschi

Il vigneto è nel piacentino e si allarga su tre versanti della collina: “Mi diverto a scegliere dove far crescere le differenti qualità di uve, a seconda dei terreni e dell’esposizione. A nord ho un terreno argilloso e ho piantato vitigni per vini fermi e riserve; a sud il terreno è più sabbioso, è l’ideale per esaltare i profumi, e ho messo le uve adatte per i vini frizzanti e spumanti”.


Così Enrico Loschi spiega uno dei ‘segreti’ del suo vigneto tra Bacedasco Alto e Castell’Arquato: circa 13 ettari a 250 metri di altitudine per questo vigneto eroico, così si chiamano per la temerarietà necessaria a coltivare terreni con oltre il 30% di pendenza.


L’azienda di famiglia è stata fondata negli anni ‘60. “Una volta qui c’era il mare, e il medio impasto del terreno argilloso-sabbioso, così variabile, ci permette di scegliere l’esposizione e la qualità del portainnesto e del clone adeguato. Per l’ultimo vigneto che ho piantato, ad esempio, ho scelto l’ombra del bosco: così per alcune ore le uve riposano dal sole infuocato e si crea il microclima adeguato per le uve da spumantizzazione”.


I vitigni sono numerosi: per i vini bianchi l’Ortrugo, la Malvasia di Candia aromatica per la quale il Consorzio Tutela colli piacentini sta chiedendo la denominazione Docg, poi il Moscato, il Marsanne e lo Chardonnay. Mentre i rossi vanno dal Pinot nero al Barbera, Croatina, Merlot e Cabernet Sauvignon. 

Un’etichetta per riconoscere gli “eroici”

Al momento è l’unico vigneto eroico riconosciuto in Emilia-Romagna: “È un bel biglietto da visita rispetto alla promozione, in occasione di fiere, eventi e verso i buyers internazionali. Sarebbe molto interessante creare un’etichetta dedicata ai vigneti eroici. Penso anche a una microzona qui a Bacedasco Alto di Castell’Arquato in cui organizzare, assieme ad altri vigneti simili, percorsi enoturistici e ospitalità per far conoscere queste colline e i nostri vini. È una delle strade più interessanti per aziende come la nostra, continua Loschi, oltre ai canali di vendita tradizionali che nel mio caso sono per metà privati e per metà il mondo della ristorazione. Certo, questa è una viticoltura molto più costosa e meno produttiva, la raccolta è tutta manuale e serve una manodopera specializzata”.
L’azienda punta anche sul rinnovo del vigneto: “L’anno scorso abbiamo aderito a uno dei bandi della Regione per le ristrutturazioni, estirpando, anche se a malincuore, un vecchio vigneto di Albana e Croatina colpito dal mal dell’esca che è stato sostituito con vitigni di Malvasia di Candia aromatica, tipicamente territoriale, e di Barbera, un’uva molto versatile. 

Cura del terreno e invasi per proteggere le vigne 

“Dobbiamo essere un po’ dei guardiani del meteo, spiega Loschi, perché qui siamo in aree soggette a rischio idrogeologico e nel vigneto, con queste pendenze, i temporali possono fare gravi danni: dilavano e impoveriscono i terreni a discapito della qualità. Per questo dobbiamo sempre mantenere i solchi a monte perfetti e precisi per regimare le acque. E poi c’è la siccità di questi ultimi anni con cui fare i conti. Stiamo valutando di creare alcuni invasi che ci consentano di fare l’irrigazione a goccia quando necessario”.  

I numeri – Dagli inizi del Duemila ci sono stati 23 bandi regionali per il rinnovo dei vigneti, ciascuno con finanziamenti per oltre 10 milioni di euro all’anno.

Dei circa 53mila ettari di vigneti in Emilia-Romagna, 51mila ettari hanno almeno un’indicazione geografica, le denominazioni d’origine sono 30 ; il 66% delle uve viene impiegato per produrre vini Doc e Ig.
Export +42% nel 2021, volume d’affari 490 milioni di euro per le Doc e Indicazioni geografiche. Negli ultimi 10 anni + 1.800 ettari di superficie vitata.
Ravenna ha 31% del vigneto emiliano-romagnolo, seguono Reggio Emilia e Modena con il 16% ciascuna, poi Bologna e Forlì-Cesena (11%), Piacenza (10%), Rimini (3%) e infine Parma e Ferrara (1%).

Settori d’intervento della Regione per riconversione dei vigneti, investimenti e competitività, sostegno mercato interno e internazionale

Per saperne di più:

A cura di Olga Cavina e Cinzia Leoni